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Il Blog degli Studenti di Cagliari per dire NO alla legge 133
Ma i soldi non fanno la felicità...
post pubblicato in diario, il 28 ottobre 2008

di Giorgio Mangiaracina


In Sardegna la notizia degli tagli ai finanziamenti pubblici alle università è stata accolta con vivo disappunto da ognuna delle 48 sedi accademiche dislocate fin nei più intimi e reconditi meandri dell’isola.

Stizzito e rammaricato, il Magnifico Rettore dell’Ateneo di Donigala Fenogheddu ha dichiarato che sarà presto costretto a chiudere il corso di laurea in “Operatore multilevel dei servizi integrati d’area settoriale”, autentico volàno della rinascita donigalese, “ed è un vero peccato –ha commentato il magnifico-  perché stavo ancora cercando di capire che cosa cazzo significa”. Sgomento e rabbia anche nelle parole del presidente del corso di laurea in “Gestione multilevel integrata/swap dei macrosistemi globali”: “Il mio corso di laurea non serve a niente? Tutte stronzate, lasciatemelo dire, serve eccome: io per esempio c’ho infilato mia moglie come vicepresidente, mia suocera l’ho fatta amministratore delegato, i miei figli  ordinari e persino il mio cane ha avuto una cattedra, per adesso come ricercatore, ma sta già preparando il concorso da Associato”. Costernazione viene espressa anche dal Senato Accademico dell’Ateneo di Scanu Montiferru, piccolo centro della Planargia ma polo universitario leader nel settore dell’Innovation framing&sector financing: dei 180 milioni di euro all’anno percepiti fino ad oggi, rimarranno circa 20 euro a settimana; voci di corridoio avrebbero fatto giungere all’orecchio del ministro la notizia che a Scanu negli ultimi 47 anni sarebbero nati solo 2 bambini: uno dei due oggi è un felice agricoltore analfabeta, l’altro studia lettere antiche a Cagliari e dal ‘99 non ha più messo piede a Scanu.

 

La parentesi ironica vuole essere d’aiuto per introdurre in modo più soft una domanda: i problemi dell’Università italiana derivano e/o sono collegati solo al denaro?

A mio modo di vedere, no.

I vari Atenei italiani negli anni hanno avuto a disposizione milioni di € stanziati dallo Stato e altri milioni forniti dall’Unione Europea, con quale risultato? Sedi staccate di Atenei nate nei luoghi più impensabili e inutili (Sorgono e Ilbono in Sardegna, solo per fare un esempio), create solo per assumere docenti altrettanto improbabili e inutili oltrechè robustamente raccomandati (basti pensare a tutti i figli, le mogli, le fidanzate ed i compagni di partito dei professori ordinari che oggi insegnano in Italia); servizi in generale di basso livello; reti clientelari e affaristiche tutt’altro che finalizzate allo sviluppo della cultura; nei casi peggiori (vedi Università di Messina) prepotenti infiltrazioni mafiose e camorristiche che hanno messo le mani sui ricchi fondi degli Atenei.  Non a caso, oggi il nostro sistema universitario in una classifica mondiale si piazza circa al 300° posto, con le eccezioni di alcune “cime prestigiose” come la Bocconi ed Politecnico di Milano.

I problemi purtroppo non nascono solo dalla carenza di denaro e non si può pensare di risolverli solo con la richiesta di maggiori risorse economiche. Ad esempio, un alcolizzato che per dimenticare di essere tale, continui ad ubriacarsi, sta risolvendo il suo problema? No. Il problema va affrontato con altri mezzi.

Renato Soru dopo aver fatto dell’istruzione e della cultura uno dei cardini della sua politica, non ha potuto fare a meno di osservare come milioni di euro vadano letteralmente persi nell’università di Nuoro e come gli stessi soldi renderebbero (parole sue) “più grande e più bella l’università di Cagliari e quella di Sassari”. Ma chi insegna a Nuoro e perché è stata aperta lì  una sede universitaria? perchè la logica pura e semplice vorrebbe che gli atenei fossero grandi centri di cultura e aggregazione sociale, di scambio di idee, di strutture di ricerca e di studio. Non stiamo parlando di una scuola elementare che deve essere vicino alla casa del bambino, sennò il papà come fa a portarlo a scuola eppoi ad andare lui stesso a lavoro.

I tagli ai finanziamenti comporteranno il blocco del turn over: ogni 5 docenti che vanno in pensione, ne subentrerà uno solo. Inaccettabile. Oppure no, se sapessimo che di quei 5 docenti almeno 3 sbarcavano il lunario tra corsi di laurea senza nemmeno uno studente o in sedi secondarie di nessuna importanza culturale e scientifica.

Una protesta lungimirante, una protesta che sia di largo respiro e di ampie vedute non dovrebbe avere come obbiettivo prevalente quello un po’ banale e scontato “di avere più soldi”.  Una protesta davvero costruttiva dovrebbe mirare anzitutto ad avere un nuovo sistema di reclutamento dei docenti, che riesca a scardinare le reti familiari-clientelari che oggi reggono le diverse Università più o meno senza eccezioni: è li che nasce  la gestione sbagliata del denaro, è da li che i fondi vengono dispersi in tante iniziative inutili che hanno come unico obbiettivo quello di “ fare affari e sistemare amici e parenti”. Renato Soru l’ha capito, e l’aveva capito anche il ministro Mussi, che poco prima di sparire dalla scena aveva presentato un progetto di riforma che prevedeva concorsi a cattedra unici su scala nazionale con una graduatoria unica. Soltanto togliendo ai singoli professori ordinari il potere di decidere “ il chi e il come”, si potranno aprire spazi per una più corretta e utile gestione delle finanze. Il problema a mio modo di vedere risiede ancora una volta in un male “epidemico” del nostro paese: un latente, onnipresente, conflitto di interessi di cui peraltro l’attuale governo nazionale non è che la personificazione.

Ecco perché, a mio modo di vedere, il problema non riguarda (tanto o prevalentemente) la quantità di denaro che affluisce nelle casse dell’Università, ma piuttosto come questo denaro viene speso e da chi;  cambiare il modo in cui l’università viene gestita, questo deve essere l’obbiettivo di chi davvero è interessato a migliorarla.


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permalink | inviato da Piggio il 28/10/2008 alle 19:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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